Edizioni "La Zeza" - Proloco

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LA CANZONE DI ZEZA
La Canzone di Zeza, rappresentazione teatrale partenopea, fu rappresentata a Pomarico sino alla fine degli anni '70. La farsa si rappresentava nei cortili dei palazzi, nelle strade, nelle osterie, nelle piazze, senza palco, alla luce di torce a vento, ad opera di popolani, attori occasionali o compagnie di quartiere, che si facevano annunciare a suon di tamburo e di fischietto e tromboni. Fu proprio in questo periodo che attravrso i soldati di guarnigione, i mercanti e le piccole compagnie tratrali, che si avventurarono nei territori del vicereame, che la stessa approdò a Pomarico. La Canzone di Zeza rimase nelle province meridionali, mentre a Napoli già nel secondo Ottocento assunse i caratteri di uno spettacolo teatrale gestito da compagnie d'infimo ordine in baracconi improvvisati e fu accolta, esclusivamente nel periodo di Carnevale, nei teatri frequentati soprattutto dalla plebe, dove il pubblico notoriamente interloquiva con gli attori nel corso della rappresentazione "con sfrenatezze di gergo e di gesti". Questo divertimento cessò agli inizi del nostro secolo, fino ad allora però il testo della Zeza era imparato a memoria da tutti i ceti sociali di Napoli. La sua sparizione dalle strade e dalle piazze era stata determinata anche dai divieti ufficiali, infatti, intorno alla metà dell'Ottocento essa era stata proibita dalla polizia "per le mordaci allusioni e per i detti troppo licenziosi ed osceni". La Zeza rappresenta la storia delle nozze di Don Nicola, studente calabrese, e di Tolla (o Vicenzella), contrastate dal padre della donna, Pulcinella, che teme di essere disonorato ed inconsapevolmente geloso, sostenute da sua moglie, Zeza, che di ben altro avviso e vuole far divertire la figlia "Co mmilorde, signure o co l'abbate". Pulcinella sorprende gli innamorati e reagisce violentemente, ma punito e piegato da Don Nicola, alla fine si rassegna. Era il teatro del Carnevale che, in tal modo metteva a nudo, in una sorta di confessione pubblica, le vergogne della vita coniugale, aggiungendovi il gusto dell'aggressione sadica e dell'esibizione oscena, e, mentre le esorcizzava con l'immancabile lieto fine, invitava a prenderne realisticamente atto e integrare nel sistema culturale il disordine e l'irrazionale. Secondo la tradizione pomaricana a chiusura delle festività carnevalesche, il martedì grasso, si celebrava la morte di Carnevale (Carnevalone) attraverso il rogo del fantoccio simbolo della festività stessa. Nello stesso momento sua moglie Quaremm' (Quaresima) dava alla luce il futuro carnevale chiamato Carnevalicchi'. Completava l'evento la Pentolaccia, momento gastronomico capace di riunire l'intera popolazione al suon di canti popolari e balli tradizionali.
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